Spulciando sul web sono venuto a contatto con l’interessante articolo del M° Renato Rivolta (direttore d’orchestra e docente direzione d’orchestra presso la Scuola Civica di Musica di Milano) il quale nel suo blog http://renatorivolta.blogspot.com/ ha inserito un suo interessante articolo che analizza lo stato attuale della Musica “Contemporanea” in Italia e non solo.
Pensando di fare cosa gradita a voi e al M° Rivolta (nella diffusione del suo articolo) vi invito a leggere quanto riportato sotto.
MARTEDÌ 27 DICEMBRE 2011
Mi rendo conto che un titolo così, senza nemmeno il punto interrogativo finale, tanto per cominciare suona provocatorio. Innanzitutto per la sua genericità (quale “musica contemporanea”? In quali paesi?) e poi per il suo tono apodittico, tranchant. Non ho qui l’intento, ne’ abbastanza Esprit de géométrie, per parafrasare con argomenti completi e soddisfacenti la famosa, analoga sentenza emessa a suo tempo da Boulez riguardo Arnold Schoenberg e la sua musica. Ma chi vorrà leggere fino in fondo si accorgerà come il titolo sia una deliberata provocazione che precede un accorato appello all’ottimismo della volontà, ad onta del pessimismo della ragione.
Dunque, premesso che intendo occuparmi principalmente della Mus.Cont. in italia, anche se il problema è comune a molti paesi europei, innanzitutto occorre chiedersi in che senso è morta: forse perchè il pubblico non la “capisce” più e ormai la rifiuta? per consunzione interna, di vecchiaia, per il venir meno della sua forza vitale, della sua “spinta propulsiva”? è morta nella coscienza delle istituzioni che hanno mancato di supportarla e promuoverla, come invece avrebbe meritato? per il generale decadimento della cultura e dell’istruzione musicale nel nostro sfortunato paese, che ha fatto sì che la maggioranza delle nuove generazioni non solo ne ignori generalmente l’esistenza, ma non ne comprenda nemmeno il senso, sentendola lontana mille miglia dal proprio “vissuto”, dal proprio mondo emotivo? e infine, è morta perchè non alimenta nemmeno interessi puramente economici, non “muove” capitali, come invece fanno le arti visive o plastiche, con il loro specifico mercato di galleristi, musei, privati cittadini in cerca di investimenti finanziari diversificati?
Probabilmente ognuno di questi motivi è vero, ma nessuno è decisivo, e si potrebbero aggiungere molte altre cause concorrenti alla diagnosi finale.
La questione è complessa, e apprestandomi a circoscriverne i nebulosi contorni ho, nonostante tutta la doverosa cautela, la stessa sensazione che deve avere in queste settimane Mario Monti, il Presidente del Consiglio -mi si conceda il paragone ardito- che si trova a dover proclamare apertis verbis che il Re è Nudo ormai da troppo, troppo tempo, che siamo nei guai veri, come tutti sanno ma pochi sembravano avere il coraggio di dire ad alta voce: e che pertanto urge prendere seriamente atto della realtà e comportarsi di conseguenza, liberalizzando e aprendo il mercato alla concorrenza; e che per ottenere questo risultato saranno dolori per tutti, perchè significa che da ora in poi nessuno dovrà (dovrebbe) più sentirsi garantito e sicuro nelle proprie posizioni e rendite acquisite.
Certamente non sono il primo a giungere a questa amara, tragica conclusione. Semmai mi colloco in una corrente di opinione che risale ad almeno 60 anni fa – cioè fin dal battesimo di quella che comunemente si intende nel nostro paese con la denominazione “Musica Contemporanea”- e che come un fiume carsico è più volte affiorata in superficie con minore o maggior forza, nei decenni passati. E dall’ultimo vero assalto alla Bastiglia, ad opera del valoroso (?) manipolo dei Neoromantici, sono passati ormai 30 anni. Quell’ assalto però, lungi dall’ abbattere le mura, le aveva solo scalfite e il crollo avviene solo adesso, più che altro per cedimento strutturale autonomo, per mancanza di manutenzione, piuttosto che per pressione esterna.
insomma: se oggi perfino un “insider”, come il sottoscritto è da molti anni, giunge buon ultimo -preceduto da tempo da una nutrita schiera di intellettuali, colleghi, musicofili, persone comuni- a pronunciare le fatali parole, ciò significa senza alcun dubbio che l’inevitabile è accaduto, che non siamo più al capezzale di un malato grave: siamo già alla commemorazione postuma, e forse con parecchi anni di ritardo rispetto alla data del decesso.
Voglio però chiarire che l’oggetto della mia argomentazione non è affatto la messa in discussione del valore “artistico” o estetico della Mus.Cont.(che comprende molti grandi capolavori destinati a restare nel repertorio, oltre a tanti altri che invece meritano di essere dimenticati senza alcun rimpianto), quanto la constatazione della radicale perdita di valore socialmente e culturalmente condiviso di questa forma di arte.
E’ importante sottolineare questa crisi di senso, questa svalutazione culturale e sociale della musica “colta” di oggi -comune però anche ad altre discipline contemporanee, in particolare quelle visive o plastiche che dir si vogliano (cft. su questo stesso blog il post intitolato “Il mondo all’incontrario”)- che arriva non a caso al suo punto culminante insieme alla crisi finanziaria globale più grave dal 1929, e come conseguenza della sua lunga incubazione: ma non è soltanto perchè non ci sono più soldi e la crisi del debito si è mangiata il Fondo Unico dello Spettacolo, di cui solo poche briciole vanno a sostentare un genere musicale che dipende in gran parte dal finanziamento pubblico. No, non è solo in questo modo che la crisi agisce: insieme alla crisi del debito, alla mancanza di finanziamenti per la cultura c’è una più profonda e generale crisi di prospettiva sociale.
In una parola, non c’è più il FUTURO, che è l’orizzonte specifico di quasiasi avanguardia culturale. Se il futuro scompare dalla visuale, se davanti si vede solo nebbia, la società può reagire in due modi: nel primo comincia a guardare nello specchietto retrovisore, e ripiegando su rassicuranti nostalgie dei bei vecchi tempi andati riscopre (riadattandoli: ed ecco il postmodern) che so, le operette viennesi in costume, il musical americano, la canzone d’autore, il progressive-rock anni ’70 e così via. La moda vintage è caratteristica dei periodi di disorientamento, di crisi, nei quali mancano valori forti e una prospettiva condivisa. Nel secondo caso, e questo è molto più pericoloso, quando la pressione della crisi diviene insopportabile esplode in una galassia movimentista che può qualche volta segnare l’inizio di una nuova era creativamente feconda, ma anche distruggere le proprie stesse radici, segare il ramo su cui è seduta, disperdere il suo slancio in un velleitarismo più o meno “rivoluzionario”, ma in fin dei conti sterile.
Dunque, dopo questo lungo preambolo, riprendiamo il discorso dall’inizio.
Innanzitutto bisognerebbe mettersi d’accordo sulla definizione di “musica contemporanea”.
Come già detto, per circoscrivere meglio il mio argomento, ed evitare giudizi generici o basati su dati insufficienti, mi limiterò a prendere in considerazione la situazione del nostro paese.
Per quanto riguarda i compositori italiani, propongo convenzionalmente di collocare la genesi della definizione Mus. Cont. negli anni immediatamente successivi alla II guerra mondiale, quando, con le città europee ancora in macerie, venne istituito nel 1946 il 1° seminario estivo dei Ferienkursen di Darmstadt, i cui numi tutelari erano i Maestri riconosciuti della Seconda Scuola di Vienna (Schoenberg innanzitutto, e poi Webern e Berg), e a cui parteciparono da allora in poi molti italiani, tra i quali i (allora) giovani compositori che successivamente Mario Bortolotto prese in esame nella raccolta di saggi pubblicata nel libro Fase Seconda : Nono e Maderna prima di tutti, e poi Berio, Clementi, Castiglioni, Bussotti, Donatoni, il primo Castaldi eccetera; ai quali fecero seguito i loro allievi e così via, di generazione in generazione, fino ad oggi.
E’ d’altronde anche vero che nei decenni precedenti la guerra l’italia aveva dei compositori di grande valore che rappresentavano in un certo senso “l’avanguardia”, ma l’isolamento del ventennio fascista prima, e le difficoltà della guerra poi, limitarono grandemente la loro libertà di movimento e la possibilità di entrare in contatto con la comunità internazionale dei musicisti, come invece fu possibile dal ’46 in poi, a Darmstadt come altrove.
E’ certamente discutibile mettere sotto la stessa etichetta compositori tanto diversi tra loro, e ancora di più lo è per le generazioni successive, allorchè i vincoli del serialismo e della Scuola di Darmstadt si allentavano con gli anni, fino a quando il panorama della Mus. Cont. è esploso in una miriade di tendenze diversificate… tuttavia può essere legittimo considerarli tutti rappresentanti di “un certo modo” comune di concepire la composizione musicale. So bene che volendo andare oltre nel tentare di definire quel “certo modo” si rischia di entrare in un labirinto, anzi in un gorgo, e di esserne inghiottiti: infatti se quel “certo modo” fosse, ad esempio, l’approccio serial/strutturalista, allora ne’ Castiglioni ne’ tantomeno Bussotti potrebbero essere inclusi nel numero.. per non parlare di tanti altri più giovani negli anni successivi. In realtà ciò che veramente può riunire questi compositori diversissimi tra loro non è la vera o presunta omogeneità del loro linguaggio musicale, quanto il contesto sociale e i canali mediatico/culturali attraverso i quali la loro musica è stata promossa e distribuita.
In breve: dagli anni ’50 in poi si è avuta una crescente influenza della Neue Musik nella vita del nostro paese, sostenuta da molte delle maggiori istituzioni musicali, dalle case editrici e più in generale da un consenso dell’ intellighentsia cultural/politica. Tale processo ha avuto il suo momento di maggior fulgore intorno alla metà degli anni ’70, cui ha fatto seguito una lunga parabola discendente, una lenta ma costante perdita di prestigio e importanza, che forse tocca oggi il suo punto più basso.
Non mi dilungherò qui oltre, perchè non ne ho la competenza, ne’ questo è il luogo giusto, nella descrizione dei complessi avvenimenti sociali e artistici che hanno determinato questa ampia parabola fino all’attuale svalutazione della “musica contemporanea”, o Nuova Musica, o Neue Musik. Dovranno essere i sociologi e i musicologi a fornire quanto prima l’analisi corretta e approfondita.
Devo però aggiungere d’altro canto che, in Italia come in molti paesi europei, la Mus.Cont. si affermò a danno di altre correnti contemporanee (senza virgolette: cioè che erano effettivamente presenti nello stesso periodo). Non è stata solo la generazione dei cosidetti Neoromantici a soccombere, almeno nella prima fase della querelle negli anni ’80, contro il mainstream accademico; anche prima, molti compositori coetanei di Nono & C. rimasero in qualche modo isolati per non aver voluto (o saputo) abbracciare con la stessa convinzione il linguaggio dell “avanguardia” seriale, strutturalista etc.
Ed è noto che in Francia fu anche peggio: lo scontro tra la corrente bouleziana e gli eredi della tradizione nazionale (Landowsky, Jolivet e altri) fu particolarmente duro, e si risolse a favore dei primi dopo polemiche violente e battaglie senza esclusione di colpi.
Ma, attenzione: sarebbe illusorio credere che se la Neue Musik non avesse avuto la meglio per decenni, in tutta europa, i Landowsky e gli altri esclusi avrebbero goduto di sicuro successo e fama presso il grande pubblico.
La crisi cui assistiamo oggi non è solo la crisi della musica “contemporanea”, ma di tutta la musica “colta” o “accademica” dei nostri tempi, di fronte allo sviluppo del pop e degli altri linguaggi derivati dal rock e dal jazz, che da un lato sono certamente più attrattivi per un pubblico di massa prevalentemente giovanile, dall’altro hanno alle spalle il sostegno potente di forti interessi finanziari multinazionali.
A questo riguardo condivido -al netto di alcune affermazioni a mio parere non del tutto fondate- la lucida analisi che Marco Tutino ha svolto in un suo intervento (in occasione di un convegno organizzato da Rai Trade nel 2009) dal titolo Dov’è andata la musica contemporanea italiana?, da lui pubblicato recentemente su Facebook.
Tutino,meritoriamente prescindendo da valutazioni estetico/linguistiche, conduce una analisi sociopolitica del problema e focalizza le ragioni della crisi della Mus. Cont. italiana in tre punti principali. Voglio riportarli qui quasi testualmente, per non tradire il suo pensiero:
1) L’eccessivo irrigidimento eurocentrico…Si sottovalutò la forza di paesi ben più attrezzati del nostro ad affrontare il futuro del mercato globale. La musica di provenienza anglosassone e dell’estremo nord, oltre quella sviluppatasi inaspettatamente dal grande blocco dell’est, si presentò alla ribalta verso la metà degli anni ’80… e fu un impatto impietoso…..fecero d’improvviso sembrare i nostri strutturalisti italici come dei sopravvissuti nella giungla, ignari che negli ultimi dieci anni il resto del mondo non ci avesse aspettato, tantomeno neppure considerato.
2) Il curioso sillogismo tra il concetto di avanguardia e l’appartenenza allo schieramento politico di sinistra….. Aver legato così platealmente le due cose, ha inevitabilmente indebolito il prestigio culturale di un movimento e di una tradizione, relegandola di fatto a un ruolo molto provinciale: agli intellettuali e musicisti stranieri, non esclusivamente centroeuropei, la musica italiana di quel periodo doveva apparire come una curiosa armata d’élite dagli aspetti pittoreschi.
3) L’incapacità di strategie di grande respiro….nessun governo di centro sinistra, è bene ricordarlo, nonostante si sia fatto portavoce della bandiera della valorizzazione culturale a più riprese, è riuscito a sviluppare un’idea di riforma delle istituzioni musicali e di cambiamento strutturale dei meccanismi che governano la vita culturale italiana, e questo dal dopoguerra a oggi.
Dunque, come sottolinea Tutino, la gestione della Mus. Cont. nel nostro paese è stata zavorrata da un’ottica culturalmente provinciale, italocentrica; aggravata da una perniciosa identificazione della cultura di “avanguardia” con la Sinistra politica; e infine per chiudere il cerchio, questa stessa parte politica, una volta salita al governo, si è dimostrata incapace di realizzare in modo integrato e organico le iniziative e le riforme necessarie ad assicurare alle attività artistiche contemporanee il ruolo che loro compete, in una prospettiva finanziariamente sostenibile di lungo periodo. Un bilancio lusinghiero, non c’è che dire..
Tutino conclude il suo intervento con un invito costruttivo al cambiamento, rivolto agli artisti come agli organizzatori di cultura:
Io credo che possa esserci ancora uno spazio e un tempo nel quale le nuove composizioni rappresenteranno un valore aggiunto effettivo alla nostra vita culturale e artistica, e alla possibiltà di restituire senso e giustificazione anche sociale alle nostre istituzioni se non vogliamo considerarle, come sembra, dei musei. Ma questo potrà avvenire solo al costo di uno sforzo di rinnovamento, che come sempre accade, avverrà non per buona volontà ma per costrizione. Per non scomparire dal mercato globale della cultura e dei paesi che contano, perché le risorse sono sempre meno e dunque o si cambia o si muore, perché il pubblico si stuferà delle solite ribollite, perché le cose evolvono anche a dispetto dei direttori artistici, perché il resto del mondo ci sta regalando esempi illuminanti, perché qualcuno ci spiegherà che conviene… Non importa perché, ma vedrete che prima o poi ci saremo costretti, a cambiare.
Non posso che concordare: o si cambia, o si muore.
Ma non sono d’accordo con chi sostiene che il problema sarebbe di colpo risolto se i compositori soltanto semplificassero il loro linguaggio musicale, se si scrollassero di dosso lo snobismo culturale ereditato dalla vecchia “avanguardia” e fossero capaci di rivolgersi al pubblico con un atteggiamento meno “intellettualistico”, con una musica più “comprensibile”. Tutto ciò è sicuramente augurabile e necessario, ma non sufficiente. Oggi certamente non è più il tempo di rifondare dalle radici il linguaggio musicale come se fossimo ancora negli anni ’50: ma è invece tempo di utilizzare le tecniche sviluppate a partire da quella lontana stagione, per trasformarle da strumenti di laboratorio in risorse utili alla comunicazione per il pubblico di oggi.
Occorre tener ben presente che nella “società dello spettacolo” di oggi la Mus.Cont. ormai non è che uno dei tanti sotto-settori e generi musicali che segmentano il mercato, ognuno dei quali con un proprio più o meno numeroso pubblico di appassionati. L’ambizione prometeica di certa Mus.Cont. che sembrava un tempo volersi rappresentare come il futuro della musica in toto, è andata incontro ad una sonora smentita, e in fondo forse questo è un bene. Se oggi la Mus.Cont. vuole finalmente accedere in modo normale e continuativo alla programmazione dei Teatri lirici, delle Istituzioni sinfoniche e cameristiche, deve certamente innanzitutto dismettere i panni supponenti dell’ avanguardia: ma deve poi essere anche capace di misurarsi con le condizioni reali del mercato distributivo da un lato, con la segmentazione sociale del pubblico dall’altro, tentando di unire anzichè dividere. Seguitare nello sdegnoso accademismo, nel concepirsi come una élite di ottimati, lamentandosi che il pubblico ignorante non capisce, non fa che prolungare l’agonia.
C’è un grandissimo lavoro da fare.
Non certo cancellando i molti frutti preziosi elaborati dalle avanguardie (ormai) storiche, ma al contrario rimettendoli in circolo, attualizzati, ripensati per le mutate condizioni di oggi. Tornare a parlare delle vicende sociali e individuali che vediamo intorno a noi, dei drammi e delle gioie umane che viviamo, e parlarne con strumenti che possano potenzialmente raggiungere tutti, e tutti commuovere e risvegliare, oltre che dare piacere estetico. Esattamente ciò che facevano i grandi Maestri del passato, da Mozart a Beethoven.
In alternativa, la Mus.Cont. può sempre rassegnarsi a rimanere un settore di nicchia del mercato, riservato ad una (sempre più?) ristretta minoranza di conoscitori, più o meno come un club di scacchisti, e vivere felice nel proprio splendido (?), ma in fin di conti sterile isolamento.
Ma in quel caso bisogna anche accettare che è vano illudersi che una nazione di 60 milioni di abitanti possa mantenere economicamente in attività migliaia di compositori professionisti, o aspiranti tali. Per non parlare dei direttori d’orchestra e strumentisti. Una mia personale “indagine di mercato” mi ha rivelato che circa il 50% dei giovani musicisti che ho avuto come allievi si trova attualmente fuori dal Paese, e studia o lavora all’estero. E qui si dovrebbe passare a discutere del ruolo dei Conservatori, e del loro rapporto con il mercato del lavoro. Ma ne parleremo forse una prossima volta.